Armonia Italiana

2026-07-17T12:24:27+02:00

Con Armonia Italiana, Pier Currà Architettura porta il suo sguardo consapevole in un paesaggio di straordinaria delicatezza, dove la foresta di palme si apre verso il mare e il progetto è chiamato non a imporsi, ma a entrare in relazione con i ritmi del luogo. In questo senso, il resort diventa espressione concreta di Architettura Consapevole: un’architettura che legge il contesto, ne riconosce la fragilità ambientale e climatica, e restituisce una forma capace di accogliere, proteggere e generare benessere senza alterare l’equilibrio esistente. La responsabilità non è un vincolo esterno, ma la condizione stessa del progetto; non una riduzione della bellezza, ma la premessa che la rende necessaria. L’intervento traduce chiaramente la tensione tra archè e tèchne, tra immaginazione e misura, tra atmosfera e costruzione. Da un lato, l’estetica prende forma in un’idea di lusso discreto, fondato sull’equilibrio, sulla luce filtrata, sulla continuità tra interno ed esterno, sulla cura dei dettagli e su un dialogo tra la sensibilità indiana e la cultura del design italiano; dall’altro, l’etica si esprime attraverso la scelta di strutture leggere e reversibili, l’uso di materiali locali e tecniche sostenibili, la preservazione della permeabilità del suolo e una configurazione adattiva che trasforma il clima monsonico in una risorsa, attraverso isole abitate sollevate, bacini d’acqua temporanei e passerelle sospese che attraversano la foresta senza ferirla. I tetti mobili ispirati alla Mimosa Pudica e gli involucri filtranti in legno, che di giorno modulano la luce e la ventilazione e di notte trasformano le ville in lanterne immerse nel paesaggio, rendono visibile questa sintesi: un’architettura che non controlla la natura, ma respira con essa. In questo modo, Armonia Italiana – Maravanthe Beach non è semplicemente una meta esclusiva, ma un esercizio di bellezza responsabile, dove comfort, paesaggio e cultura convergono in un’autentica esperienza di armonia.

Con Armonia Italiana, Pier Currà Architettura porta il suo sguardo consapevole in un paesaggio di straordinaria delicatezza, dove la foresta di palme si apre verso il mare e il progetto è chiamato non a imporsi, ma a entrare in relazione con i ritmi del luogo. In questo senso, il resort diventa espressione concreta di Architettura Consapevole: un’architettura che legge il contesto, ne riconosce la fragilità ambientale e climatica, e restituisce una forma capace di accogliere, proteggere e generare benessere senza alterare l’equilibrio esistente. La responsabilità non è un vincolo esterno, ma la condizione stessa del progetto; non una riduzione della bellezza, ma la premessa che la rende necessaria. L’intervento traduce chiaramente la tensione tra archè e tèchne, tra immaginazione e misura, tra atmosfera e costruzione. Da un lato, l’estetica prende forma in un’idea di lusso discreto, fondato sull’equilibrio, sulla luce filtrata, sulla continuità tra interno ed esterno, sulla cura dei dettagli e su un dialogo tra la sensibilità indiana e la cultura del design italiano; dall’altro, l’etica si esprime attraverso la scelta di strutture leggere e reversibili, l’uso di materiali locali e tecniche sostenibili, la preservazione della permeabilità del suolo e una configurazione adattiva che trasforma il clima monsonico in una risorsa, attraverso isole abitate sollevate, bacini d’acqua temporanei e passerelle sospese che attraversano la foresta senza ferirla. I tetti mobili ispirati alla Mimosa Pudica e gli involucri filtranti in legno, che di giorno modulano la luce e la ventilazione e di notte trasformano le ville in lanterne immerse nel paesaggio, rendono visibile questa sintesi: un’architettura che non controlla la natura, ma respira con essa. In questo modo, Armonia Italiana – Maravanthe Beach non è semplicemente una meta esclusiva, ma un esercizio di bellezza responsabile, dove comfort, paesaggio e cultura convergono in un’autentica esperienza di armonia.

Committente:

privato

Anno:

2025

Tipologia:

resort

Area:

50 ha

Incarico:

preliminary design

Design Team:

arch. Pier Nicola Currà, arch. Riccardo Minghini, arch. Eleonora Fantini (project lead), arch. Vincenzo Vodola

Partners:

MIR Solution

Immagini:

© PCA, © Onirism

Categorie:

Family Villa – L.0

Family Villa – L.1

Cottage Exclusive – L.0

Cottage Exclusive – L.1

Cottage Deluxe- L.0

Rigenerazione Ex Lavatoio e Largo San Giacomo

2026-06-08T11:02:32+02:00

Il progetto nasce da una frattura. L’edificio dell’Ex Lavatoio, manufatto storico vincolato affacciato su Largo San Giacomo, separava da anni il tessuto consolidato della città storica dal porto canale leonardesco e dal Museo della Marineria. Un retro urbano dimesso, eccentrico rispetto ai flussi principali, privo di mix funzionale e vulnerabile alle esondazioni stagionali. Il progetto, aggiudicato tramite gara europea dal Raggruppamento Temporaneo composto da Pier Currà Architettura, DodiMoss e Marco Peroni Ingegneria, trasforma questa cesura in infrastruttura di connessione.
Il dispositivo centrale è la riattivazione della navata dell’Ex Lavatoio come laboratorio visitabile per il restauro delle imbarcazioni tradizionali. La trasparenza degli involucri consente di osservare liberamente le lavorazioni dall’esterno: i maestri d’ascia al lavoro diventano parte integrante del percorso museale, garantendo all’area vitalità e presidio sociale tutto l’anno, oltre la stagione turistica. All’interno, un pontile sopraelevato in doghe di larice definisce i flussi del pubblico; pareti manovrabili in essenze della tradizione nautica (quercia, olmo, pino) fungono da xiloteca verticale e da elemento flessibile per eventi e mostre.
Sull’esterno, una seconda pelle in acciaio corten forato e piegato riveste i fronti corti dell’edificio: il grado di apertura della foratura è modulato parametricamente per restituire, come una filigrana, i profili delle storiche vele al terzo. Bioclimatica, identitaria e a bassa manutenzione, questa scelta trasforma il Lavatoio in un landmark riconoscibile che dialoga con il porto senza imitarlo.

Nello spazio pubblico tra l’edificio e il canale, un sistema di installazioni scultoree in acciaio, “La Flotta di Terra”, ricrea la sagoma delle vele, fisse e materiche a differenza di quelle stagionali sull’acqua. Queste strutture agiscono anche come marker per un sistema di Realtà Aumentata, attraverso cui i visitatori accedono a contenuti storici sovrapposti allo spazio reale. Il museo si fa diffuso, senza pareti e senza orari. Un nastro narrante in pietra naturale, integrato con la guida podotattile, conduce lungo il percorso pedonale di 130 metri che collega il Lavatoio alla Sezione Galleggiante del Museo. L’area verde di Largo San Giacomo è ripensata attorno a due elementi generativi, Acqua e Aria, con una vasca a sfioro che restituisce la memoria del luogo, una fontana a raso, uno sportground e un playground tematizzato. La sostenibilità ambientale attraversa ogni scala del progetto: tegole fotovoltaiche integrate sulla falda, pompa di calore, raccolta delle acque meteoriche, pavimentazioni drenanti e verde autoctono, il tutto verificato secondo i CAM e una metodologia LCA/LCC applicata sin dalla fase di fattibilità.

Il progetto nasce da una frattura. L’edificio dell’Ex Lavatoio, manufatto storico vincolato affacciato su Largo San Giacomo, separava da anni il tessuto consolidato della città storica dal porto canale leonardesco e dal Museo della Marineria. Un retro urbano dimesso, eccentrico rispetto ai flussi principali, privo di mix funzionale e vulnerabile alle esondazioni stagionali. Il progetto, aggiudicato tramite gara europea dal Raggruppamento Temporaneo composto da Pier Currà Architettura, DodiMoss e Marco Peroni Ingegneria, trasforma questa cesura in infrastruttura di connessione.
Il dispositivo centrale è la riattivazione della navata dell’Ex Lavatoio come laboratorio visitabile per il restauro delle imbarcazioni tradizionali. La trasparenza degli involucri consente di osservare liberamente le lavorazioni dall’esterno: i maestri d’ascia al lavoro diventano parte integrante del percorso museale, garantendo all’area vitalità e presidio sociale tutto l’anno, oltre la stagione turistica. All’interno, un pontile sopraelevato in doghe di larice definisce i flussi del pubblico; pareti manovrabili in essenze della tradizione nautica (quercia, olmo, pino) fungono da xiloteca verticale e da elemento flessibile per eventi e mostre.
Sull’esterno, una seconda pelle in acciaio corten forato e piegato riveste i fronti corti dell’edificio: il grado di apertura della foratura è modulato parametricamente per restituire, come una filigrana, i profili delle storiche vele al terzo. Bioclimatica, identitaria e a bassa manutenzione, questa scelta trasforma il Lavatoio in un landmark riconoscibile che dialoga con il porto senza imitarlo.

Nello spazio pubblico tra l’edificio e il canale, un sistema di installazioni scultoree in acciaio, “La Flotta di Terra”, ricrea la sagoma delle vele, fisse e materiche a differenza di quelle stagionali sull’acqua. Queste strutture agiscono anche come marker per un sistema di Realtà Aumentata, attraverso cui i visitatori accedono a contenuti storici sovrapposti allo spazio reale. Il museo si fa diffuso, senza pareti e senza orari. Un nastro narrante in pietra naturale, integrato con la guida podotattile, conduce lungo il percorso pedonale di 130 metri che collega il Lavatoio alla Sezione Galleggiante del Museo. L’area verde di Largo San Giacomo è ripensata attorno a due elementi generativi, Acqua e Aria, con una vasca a sfioro che restituisce la memoria del luogo, una fontana a raso, uno sportground e un playground tematizzato. La sostenibilità ambientale attraversa ogni scala del progetto: tegole fotovoltaiche integrate sulla falda, pompa di calore, raccolta delle acque meteoriche, pavimentazioni drenanti e verde autoctono, il tutto verificato secondo i CAM e una metodologia LCA/LCC applicata sin dalla fase di fattibilità.

Committente:

Comune di Cesenatico

Anno:

2026

Tipologia:

Rigenerazione urbana - musealizzazione

Incarico:

Concorso

Importo lavori:

3.500.000 €

Design Team:

arch. Pier Nicola Currà, arch. Riccardo Minghini (responsabile progetto), arch. Nicolas Piazza, arch. Vincenzo Vodola, arch. Matteo Giulianelli, ing. Paola Mussoni, dott.ssa Priya Baldazzi, arch. Alice Ravizza, arch. Eleonora Fantini, arch. Alberto Pedrelli.

Partners:

Dodi Moss, Marco Peroni Ingegneria

Immagini:

PCA

Categorie:

Ark: technology headquarters

2026-06-23T14:04:09+02:00

Il progetto di riqualificazione dell’Ex Fornace di Torre del Moro si inserisce nel cuore strategico della rigenerazione urbana locale. L’intervento trasforma un’area dismessa e frammentata in un polo tecnologico all’avanguardia, eliminando il degrado a consumo di suolo zero. Attraverso un’operazione di sostituzione edilizia virtuosa, l’architettura ricuce il territorio e si apre alla comunità, integrando spazi verdi attrezzate, percorsi di mobilità dolce e connessioni ciclopedonali. Il cambio di destinazione d’uso rappresenta una chiara dichiarazione d’intenti: un antico sito di produzione materiale diventa un hub dell’innovazione e della conoscenza, capace di superare i semplici standard urbanistici per offrire un beneficio collettivo tangibile e un dialogo attivo con la vicina Area di Riequilibrio Naturale “Pontescollo”.

L’intervento rappresenta così un ponte ideale tra la tradizione industriale romagnola e il futuro tecnologico dell’Industria 4.0. L’antica fornace, originariamente dedicata alla produzione di laterizi e per anni lasciata in stato di abbandono, rinasce oggi come volto architettonico e identità operativa di un’azienda di software profondamente radicata nel territorio cesenate. L’intervento evita volutamente di stravolgere la memoria storica del sito, scegliendo invece di preservare la sagoma e l’altezza originarie, mantenendo intatto un landmark ormai consolidato nel panorama locale.

La strategia progettuale comprende un’attenta valutazione dei rapporti tra il volume di fabbrica, le residenze vicine e l’ampia area verde retrostante. Spostando l’accesso principale sulla provinciale, il campus si apre alla città in modo funzionale e riconoscibile. Al suo interno, l’organizzazione degli spazi riflette una visione contemporanea del lavoro: un unico centro nevralgico che riunisce reparti precedentemente frammentati, promuovendo il benessere dell’individuo sul luogo di lavoro, il senso di comunità e la contaminazione creativa tra le persone.

Il piano terra è concepito come un ambiente fluido e permeabile, destinato alle funzioni pubbliche e ai servizi, mentre il primo piano ospita il cuore pulsante dell’azienda: un vasto open space con postazioni di lavoro ergonomiche. La linearità della struttura è ritmata e mitigata dall’inserimento di corti verdi, che introducono luce naturale e scorci rigeneranti sul paesaggio, in particolare verso il lato est, affacciato su una suggestiva area naturale. La flessibilità è inoltre garantita da un design modulare che permette di suddividere il complesso in cinque unità indipendenti, ciascuna dotata di servizi e sistemi di risalita propri, rendendo la struttura pronta a evolversi nel tempo. La grande copertura curva è stata interamente ottimizzata per ospitare un esteso impianto fotovoltaico destinato alla produzione di energia pulita. Grazie a rigorosi studi bioclimatici e a simulazioni sulla qualità della luce, l’architettura massimizza l’apporto solare invernale e si protegge dal calore estivo tramite pensiline e pergolati strategici.

Il progetto di riqualificazione dell’Ex Fornace di Torre del Moro si inserisce nel cuore strategico della rigenerazione urbana locale. L’intervento trasforma un’area dismessa e frammentata in un polo tecnologico all’avanguardia, eliminando il degrado a consumo di suolo zero. Attraverso un’operazione di sostituzione edilizia virtuosa, l’architettura ricuce il territorio e si apre alla comunità, integrando spazi verdi attrezzate, percorsi di mobilità dolce e connessioni ciclopedonali. Il cambio di destinazione d’uso rappresenta una chiara dichiarazione d’intenti: un antico sito di produzione materiale diventa un hub dell’innovazione e della conoscenza, capace di superare i semplici standard urbanistici per offrire un beneficio collettivo tangibile e un dialogo attivo con la vicina Area di Riequilibrio Naturale “Pontescollo”.

L’intervento rappresenta così un ponte ideale tra la tradizione industriale romagnola e il futuro tecnologico dell’Industria 4.0. L’antica fornace, originariamente dedicata alla produzione di laterizi e per anni lasciata in stato di abbandono, rinasce oggi come volto architettonico e identità operativa di un’azienda di software profondamente radicata nel territorio cesenate. L’intervento evita volutamente di stravolgere la memoria storica del sito, scegliendo invece di preservare la sagoma e l’altezza originarie, mantenendo intatto un landmark ormai consolidato nel panorama locale.

La strategia progettuale comprende un’attenta valutazione dei rapporti tra il volume di fabbrica, le residenze vicine e l’ampia area verde retrostante. Spostando l’accesso principale sulla provinciale, il campus si apre alla città in modo funzionale e riconoscibile. Al suo interno, l’organizzazione degli spazi riflette una visione contemporanea del lavoro: un unico centro nevralgico che riunisce reparti precedentemente frammentati, promuovendo il benessere dell’individuo sul luogo di lavoro, il senso di comunità e la contaminazione creativa tra le persone.

Il piano terra è concepito come un ambiente fluido e permeabile, destinato alle funzioni pubbliche e ai servizi, mentre il primo piano ospita il cuore pulsante dell’azienda: un vasto open space con postazioni di lavoro ergonomiche. La linearità della struttura è ritmata e mitigata dall’inserimento di corti verdi, che introducono luce naturale e scorci rigeneranti sul paesaggio, in particolare verso il lato est, affacciato su una suggestiva area naturale. La flessibilità è inoltre garantita da un design modulare che permette di suddividere il complesso in cinque unità indipendenti, ciascuna dotata di servizi e sistemi di risalita propri, rendendo la struttura pronta a evolversi nel tempo. La grande copertura curva è stata interamente ottimizzata per ospitare un esteso impianto fotovoltaico destinato alla produzione di energia pulita. Grazie a rigorosi studi bioclimatici e a simulazioni sulla qualità della luce, l’architettura massimizza l’apporto solare invernale e si protegge dal calore estivo tramite pensiline e pergolati strategici.

Committente:

privato

Anno:

2026

Tipologia:

headquarters

Luogo:

Incarico:

incarico completo

Design Team:

arch. Pier Nicola Currà, arch. Riccardo Minghini, arch. Elena Giugni (responsabile progetto), arch. Matteo Giulianelli, arch. Anita Bucci, arch. Alberto Pedrelli, arch. Vincenzo Vodola

Partners:

paesaggistica: Parcnouveau; strutture: CEAS; impianti: Studio Pivi, Studio Dalmonte; antincendio: In Fire srl

Immagini:

PCA

Categorie:

Centro Civico “La Pergola”

2026-09-11T12:11:14+02:00

Crediamo che ogni progetto debba raccontare una storia. Le nostre architetture non sono mai solo spazi: sono messaggi, emozioni, connessioni profonde con i luoghi e le persone. A Santa Sofia, nel cuore dell’Appennino tosco-romagnolo e alle porte del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, l’area de “La Pergola” ha rappresentato per decenni un fulcro sociale, un luogo identitario capace di custodire memorie collettive e unire generazioni.

Il progetto di riqualificazione dell’ex ristorante, oggi in stato di parziale abbandono, nasce dalla volontà di non disperdere questo valore, trasformandolo in un nuovo centro civico, culturale e ricreativo. Non un semplice intervento edilizio, ma un dispositivo di rigenerazione urbana pensato per ricucire le fratture del territorio e restituire alla collettività uno spazio aperto, inclusivo e flessibile. L’architettura diventa così strumento di cura, capace di rafforzare i legami tra la comunità, il vicino polo scolastico-sportivo e il paesaggio naturale. Il nuovo edificio ricalca l’impronta originaria reinterpretandola in chiave contemporanea. Si inserisce nel paesaggio con un volume compatto e orizzontale che asseconda la naturale orografia in pendenza del lotto, dialogando in modo silenzioso con il profilo boschivo retrostante. L’elemento generatore del progetto è la copertura: un piano dinamico a doppia inclinazione che converge verso un compluvio centrale. Verso sud, la falda si protende in un ampio aggetto, diventando una vera e propria “vela sospesa” dalla forte espressività formale. Questa grande pensilina, impreziosita dal calore dell’intradosso in legno lamellare, genera una zona filtro che fa ombra, accoglie e dilata lo spazio interno verso la piazza pubblica, enfatizzando la vocazione civica della struttura.

Crediamo che ogni progetto debba raccontare una storia. Le nostre architetture non sono mai solo spazi: sono messaggi, emozioni, connessioni profonde con i luoghi e le persone. A Santa Sofia, nel cuore dell’Appennino tosco-romagnolo e alle porte del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, l’area de “La Pergola” ha rappresentato per decenni un fulcro sociale, un luogo identitario capace di custodire memorie collettive e unire generazioni.

Il progetto di riqualificazione dell’ex ristorante, oggi in stato di parziale abbandono, nasce dalla volontà di non disperdere questo valore, trasformandolo in un nuovo centro civico, culturale e ricreativo. Non un semplice intervento edilizio, ma un dispositivo di rigenerazione urbana pensato per ricucire le fratture del territorio e restituire alla collettività uno spazio aperto, inclusivo e flessibile. L’architettura diventa così strumento di cura, capace di rafforzare i legami tra la comunità, il vicino polo scolastico-sportivo e il paesaggio naturale. Il nuovo edificio ricalca l’impronta originaria reinterpretandola in chiave contemporanea. Si inserisce nel paesaggio con un volume compatto e orizzontale che asseconda la naturale orografia in pendenza del lotto, dialogando in modo silenzioso con il profilo boschivo retrostante. L’elemento generatore del progetto è la copertura: un piano dinamico a doppia inclinazione che converge verso un compluvio centrale. Verso sud, la falda si protende in un ampio aggetto, diventando una vera e propria “vela sospesa” dalla forte espressività formale. Questa grande pensilina, impreziosita dal calore dell’intradosso in legno lamellare, genera una zona filtro che fa ombra, accoglie e dilata lo spazio interno verso la piazza pubblica, enfatizzando la vocazione civica della struttura.

Committente:

Comune di Santa Sofia

Anno:

2026

Tipologia:

Centro civico e culturale

Luogo:

Incarico:

Progetto di Fattibilità Tecnico Economica

Design Team:

arch. Pier Nicola Currà, arch. Riccardo Minghini, arch. Eleonora Fantini (responsabile progetto), arch. Francesca Battani, arch. Luca Daltri, arch. Matteo Giulianelli, arch. Vincenzo Vodola, arch. Alberto Pedrelli, arch. Edoardo Bernardi

Partners:

strutture: Marco Peroni Ingegneria; impianti termici: StEn Ingegneria; impianti elettrici: Ing. Luigi Bianchi; geologo: Dott. Aride Bucci

Immagini:

PCA

IMPACTS

L’Analisi del Ciclo di Vita (LCA) indaga l’architettura nella sua intera estensione temporale. Attraverso il GWP viene misurato il peso climatico dell’opera, mentre l’Embodied Carbon ne quantifica l’impatto invisibile: le emissioni latenti radicate nel ciclo vitale della materia, dalla sua genesi al disfacimento. Questi parametri segnano un’evoluzione cruciale nel pensiero progettuale. L’attenzione si sposta dal semplice funzionamento dell’edificio abitato all’atto stesso del costruire, imponendo una nuova etica della materia che riconosce come l’impronta più profonda dell’architettura si compia ben prima che lo spazio venga vissuto.

GWP¹:
635 tCO₂e
Embodied Carbon²:
620 kgCO₂e/m²

¹ Analisi del ciclo di vita in conformità con lo standard EN 15804 +A2
² Calcolata per un periodo di 60 anni per i soli materiali da costruzione (Exluded MEP) from cradle to grave (A1-A4, B4-B5, C1-C4)

A1 – A3 (materiali):
83%
A4 (trasporti):
3%
B4 – B5 (sostituzione):
6%
C2 (trasporto rifiuti):
1%
C3 (trattamento rifiuti):
6%

Il confine tra dentro e fuori si assottiglia fino a dissolversi, grazie a un involucro che alterna trasparenze assolute e matericità tattili. Il fronte sud è smaterializzato da ampie vetrate continue (curtain wall), pensate per aprirsi quasi totalmente nella bella stagione, inondando gli ambienti di luce naturale e permettendo la massima osmosi con l’esterno. Le porzioni opache sono invece rivestite da una facciata ventilata in lastre di fibrocemento ecologico a rigatura verticale: una texture che instaura un dialogo cromatico con i colori della natura e rievoca, sublimandola attraverso un linguaggio contemporaneo, la memoria del calcestruzzo a vista dell’edificio originale. Gli interni de “La Pergola” sono concepiti per garantire la massima adattabilità alle esigenze di una comunità in movimento. Due grandi sale polivalenti e un’area ristoro, rimodulabili in modo fluido tramite partizioni mobili, sono pronte ad accogliere laboratori tematici, eventi culturali, spazi di coworking e attività extrascolastiche, operando in perfetta sinergia con il polo sportivo ed educativo adiacente.

Sognare un mondo migliore non basta: bisogna costruirlo. Ogni nostro progetto è un atto d’amore verso il pianeta. L’intervento abbraccia in modo radicale i principi della sostenibilità e della progettazione bioclimatica. Dall’integrazione discreta di un impianto fotovoltaico nel disegno della copertura, all’adozione di sistemi di drenaggio urbano sostenibile (SUDS) per la gestione virtuosa delle acque meteoriche, fino all’impiego di materiali conformi ai Criteri Ambientali Minimi (CAM), l’intervento sposa appieno l’approccio Life Cycle Thinking. È un’opera che unisce misura estetica, innovazione materica, sensibilità urbana e valore umano. Più che un semplice intervento edilizio, rappresenta un modello replicabile: un progetto che dimostra come anche su scala locale l’architettura possa diventare strumento di cura, inclusione e innovazione, restituendo alla città non solo un edificio, ma un vero luogo di comunità.

Nuova Scuola Primaria a Biassono

2026-09-11T14:36:02+02:00

Progettare una scuola significa prendersi cura del futuro e immaginare spazi che non siano solo contenitori di funzioni, ma luoghi capaci di accompagnare la crescita, stimolare relazioni, costruire comunità. Il progetto per la Nuova Scuola Primaria di Biassono nasce da questa responsabilità: dare forma a un ambiente sicuro, inclusivo, aperto al territorio e profondamente radicato nel paesaggio.

L’edificio si inserisce nel Parco delle Generazioni come parte di un sistema più ampio, dove architettura, natura e vita quotidiana si intrecciano. Non un volume isolato, ma un insieme di padiglioni di scala misurata, che richiamano l’architettura rurale brianzola e si adagiano nel verde con discrezione. La scuola non si impone sul paesaggio: lo attraversa, lo completa, lo rende vissuto. Il parco diventa una vera estensione dello spazio educativo. Qui si svolgono attività didattiche all’aperto, momenti di gioco, incontri tra generazioni. È un luogo dove imparare significa anche osservare, coltivare, muoversi, condividere. La presenza dell’anfiteatro, degli spazi per l’orto didattico e dei percorsi nel verde trasforma l’esperienza scolastica in un racconto quotidiano fatto di natura, corpo e relazione. Al centro del progetto c’è l’idea di scuola come cuore civico. La grande piazza che si affaccia su via Locatelli è pensata come uno spazio di soglia tra città e scuola: un luogo aperto, attraversabile, dove si incontrano studenti, famiglie e cittadini. Biblioteca, palestra, mensa, spazi per eventi e attività culturali non sono solo servizi scolastici, ma parti attive di un’infrastruttura sociale pensata per l’intera comunità.

Gli spazi interni sono organizzati per favorire flessibilità, cooperazione, apprendimento condiviso. Le aule si affacciano su cortili e spazi aperti, prolungando naturalmente la didattica verso l’esterno. Le pareti mobili permettono di trasformare gli ambienti secondo le esigenze educative, superando l’idea della classe come spazio chiuso e statico. Qui l’apprendimento diventa dinamico, interdisciplinare, relazionale. Grande attenzione è riservata anche al benessere dei bambini e degli insegnanti. La luce naturale entra in modo equilibrato negli spazi, creando ambienti sereni e confortevoli. Il rapporto costante con il verde, la presenza di spazi di decompressione, la qualità dell’aria e dell’acustica costruiscono un contesto accogliente, capace di ridurre lo stress e favorire la concentrazione.

Il progetto interpreta la sostenibilità non come prestazione tecnologica, ma come atteggiamento culturale: rispetto delle risorse, attenzione agli usi quotidiani, durabilità nel tempo. Le coperture verdi, il sistema dei percorsi ciclabili, l’invito alla mobilità dolce, l’organizzazione degli spazi esterni come luoghi di incontro sono scelte che rafforzano l’idea di una scuola responsabile, capace di educare anche attraverso l’esempio. Ma, soprattutto, questa scuola è pensata come luogo di vita. Di mattina accoglie i bambini, nel pomeriggio si apre alle attività del quartiere, alla sera diventa spazio per eventi, sport, cultura. Un edificio che vive in continuità con la città, senza rigidità, senza barriere, trasformandosi in presidio educativo e sociale.

La nuova scuola primaria di Biassono è un progetto che mette al centro le persone. Un’architettura che nasce per insegnare, ma anche per ascoltare, includere, generare legami. Un luogo dove il futuro non è solo immaginato, ma costruito ogni giorno.

Progettare una scuola significa prendersi cura del futuro e immaginare spazi che non siano solo contenitori di funzioni, ma luoghi capaci di accompagnare la crescita, stimolare relazioni, costruire comunità. Il progetto per la Nuova Scuola Primaria di Biassono nasce da questa responsabilità: dare forma a un ambiente sicuro, inclusivo, aperto al territorio e profondamente radicato nel paesaggio.

L’edificio si inserisce nel Parco delle Generazioni come parte di un sistema più ampio, dove architettura, natura e vita quotidiana si intrecciano. Non un volume isolato, ma un insieme di padiglioni di scala misurata, che richiamano l’architettura rurale brianzola e si adagiano nel verde con discrezione. La scuola non si impone sul paesaggio: lo attraversa, lo completa, lo rende vissuto. Il parco diventa una vera estensione dello spazio educativo. Qui si svolgono attività didattiche all’aperto, momenti di gioco, incontri tra generazioni. È un luogo dove imparare significa anche osservare, coltivare, muoversi, condividere. La presenza dell’anfiteatro, degli spazi per l’orto didattico e dei percorsi nel verde trasforma l’esperienza scolastica in un racconto quotidiano fatto di natura, corpo e relazione. Al centro del progetto c’è l’idea di scuola come cuore civico. La grande piazza che si affaccia su via Locatelli è pensata come uno spazio di soglia tra città e scuola: un luogo aperto, attraversabile, dove si incontrano studenti, famiglie e cittadini. Biblioteca, palestra, mensa, spazi per eventi e attività culturali non sono solo servizi scolastici, ma parti attive di un’infrastruttura sociale pensata per l’intera comunità.

Gli spazi interni sono organizzati per favorire flessibilità, cooperazione, apprendimento condiviso. Le aule si affacciano su cortili e spazi aperti, prolungando naturalmente la didattica verso l’esterno. Le pareti mobili permettono di trasformare gli ambienti secondo le esigenze educative, superando l’idea della classe come spazio chiuso e statico. Qui l’apprendimento diventa dinamico, interdisciplinare, relazionale. Grande attenzione è riservata anche al benessere dei bambini e degli insegnanti. La luce naturale entra in modo equilibrato negli spazi, creando ambienti sereni e confortevoli. Il rapporto costante con il verde, la presenza di spazi di decompressione, la qualità dell’aria e dell’acustica costruiscono un contesto accogliente, capace di ridurre lo stress e favorire la concentrazione.

Il progetto interpreta la sostenibilità non come prestazione tecnologica, ma come atteggiamento culturale: rispetto delle risorse, attenzione agli usi quotidiani, durabilità nel tempo. Le coperture verdi, il sistema dei percorsi ciclabili, l’invito alla mobilità dolce, l’organizzazione degli spazi esterni come luoghi di incontro sono scelte che rafforzano l’idea di una scuola responsabile, capace di educare anche attraverso l’esempio. Ma, soprattutto, questa scuola è pensata come luogo di vita. Di mattina accoglie i bambini, nel pomeriggio si apre alle attività del quartiere, alla sera diventa spazio per eventi, sport, cultura. Un edificio che vive in continuità con la città, senza rigidità, senza barriere, trasformandosi in presidio educativo e sociale.

La nuova scuola primaria di Biassono è un progetto che mette al centro le persone. Un’architettura che nasce per insegnare, ma anche per ascoltare, includere, generare legami. Un luogo dove il futuro non è solo immaginato, ma costruito ogni giorno.

Committente:

Provincia di Monza e della Brianza

Anno:

2025

Tipologia:

Edificio Scolastico

Luogo:

Incarico:

Concorso

Design Team:

arch. Pier Nicola Currà, arch. Riccardo Minghini, arch. Edoardo Bernardi (responsabile progetto), ing. Stefano Sintini, arch. Francesca Battani, arch. Anita Bucci, arch. Luca Daltri, arch. Eleonora Fantini, ing. Chiara Ricciardi, arch. Vincenzo Vodola

Partners:

arch. Paolo Prati, strutture: AS Ingegneria srl, impianti elettrici/termici: Cube srl, antincendio: In Fire srl, geologo: Alessandro Ratazzi, aspetti idraulici: MMI srl, mobilità: Citec

Immagini:

PCA

Categorie:

IMPACTS

L’Analisi del Ciclo di Vita (LCA) indaga l’architettura nella sua intera estensione temporale. Attraverso il GWP viene misurato il peso climatico dell’opera, mentre l’Embodied Carbon ne quantifica l’impatto invisibile: le emissioni latenti radicate nel ciclo vitale della materia, dalla sua genesi al disfacimento. Questi parametri segnano un’evoluzione cruciale nel pensiero progettuale. L’attenzione si sposta dal semplice funzionamento dell’edificio abitato all’atto stesso del costruire, imponendo una nuova etica della materia che riconosce come l’impronta più profonda dell’architettura si compia ben prima che lo spazio venga vissuto.

GWP¹:
9.153 tCO₂e
Embodied Carbon²:
417 kgCO₂e/m²

¹ Analisi del ciclo di vita in conformità con lo standard EN 15804 +A2
² Calcolata per un periodo di 60 anni per i soli materiali da costruzione (Exluded MEP) from cradle to grave (A1-A4, B4-B5, C1-C4)

A1 – A3 (materiali):
62%
A4 (trasporti):
2%
B4 – B5 (sostituzione):
1%
C2 (trasporto rifiuti):
3%

MACS Eventi

2026-08-26T16:05:09+02:00

Nel cuore della Darsena di Ravenna, dove il paesaggio industriale incontra il nuovo volto urbano della città, il progetto dell’Edificio Eventi interpreta una trasformazione in corso: un territorio che smette di essere solo retroporto produttivo e diventa spazio pubblico, culturale e simbolico. L’intervento si insedia lungo le banchine del Canale Candiano, assumendo una posizione di cerniera tra memoria e futuro, tra la fisicità dell’acqua e la complessità delle infrastrutture urbane. In questo scenario, l’architettura non è oggetto isolato, ma dispositivo di rigenerazione: un elemento capace di riattivare relazioni, ridefinire percorsi, restituire centralità a un luogo aperto e in movimento.

L’edificio rilegge il vocabolario dell’archeologia industriale, travi reticolari, strutture sospese, vuoti urbani, trasformandolo in una grammatica contemporanea. Il grande volume principale è sollevato dal suolo: una scelta funzionale e simbolica che libera il piano terra, offrendo alla città una piazza coperta permeabile e attivabile. Lo spazio non è definito da un uso esclusivo, ma è predisposto per ospitare mercati, esposizioni, eventi culturali all’aperto: un’infrastruttura civica che estende le banchine verso nuovi immaginari urbani.

Attorno al corpo sospeso si avvolge la promenade, una scala-paesaggio che definisce l’esperienza dello spazio. Non è un semplice collegamento verticale, ma un nastro architettonico che attraversa i livelli, accompagna l’ascesa e apre scorci sulla Darsena, sul porto e sulla città. Ogni landing diventa luogo intermedio, pausa, sguardo: un sistema di balconate e terrazze che trasforma la mobilità in narrazione. La stratificazione interna segue una logica ascensionale: il piano urbano dell’accoglienza, la sala eventi sospesa, il ristorante come lanterna trasparente e infine il rooftop panoramico, dove la città dialoga con il cielo.

Il progetto assume la sostenibilità come principio di struttura e non come ornamento tecnico. La carpenteria metallica riduce masse e fondazioni, consente prefabbricazione off-site e facilita il disassemblaggio a fine vita; l’edificio è concepito secondo criteri CAM, Design for Disassembly e Life Cycle Assessment, in un orizzonte NZEB che integra fotovoltaico, strategie bioclimatiche e sistemi intelligenti di gestione energetica. La scelta di sollevare il volume genera ventilazione naturale, limita i carichi termici e valorizza la luce come materiale primario del costruire.

MACS è un pezzo di città nuovo, un landmark riconoscibile ma non autoreferenziale. Dialoga con la sede dell’Autorità Portuale senza mimarla: la fronteggia, le lascia respiro, interpreta il suo ruolo pubblico in forma aperta e condivisa. Il porto non è più sfondo produttivo, ma scenario di cultura contemporanea; l’acqua non è barriera, ma spina dorsale di un paesaggio in trasformazione. L’edificio non indica soltanto cosa succede dentro, ma ciò che può accadere intorno: un invito a vivere la Darsena come luogo di comunità, scambio e visione collettiva.

Nel cuore della Darsena di Ravenna, dove il paesaggio industriale incontra il nuovo volto urbano della città, il progetto dell’Edificio Eventi interpreta una trasformazione in corso: un territorio che smette di essere solo retroporto produttivo e diventa spazio pubblico, culturale e simbolico. L’intervento si insedia lungo le banchine del Canale Candiano, assumendo una posizione di cerniera tra memoria e futuro, tra la fisicità dell’acqua e la complessità delle infrastrutture urbane. In questo scenario, l’architettura non è oggetto isolato, ma dispositivo di rigenerazione: un elemento capace di riattivare relazioni, ridefinire percorsi, restituire centralità a un luogo aperto e in movimento.

L’edificio rilegge il vocabolario dell’archeologia industriale, travi reticolari, strutture sospese, vuoti urbani, trasformandolo in una grammatica contemporanea. Il grande volume principale è sollevato dal suolo: una scelta funzionale e simbolica che libera il piano terra, offrendo alla città una piazza coperta permeabile e attivabile. Lo spazio non è definito da un uso esclusivo, ma è predisposto per ospitare mercati, esposizioni, eventi culturali all’aperto: un’infrastruttura civica che estende le banchine verso nuovi immaginari urbani.

Attorno al corpo sospeso si avvolge la promenade, una scala-paesaggio che definisce l’esperienza dello spazio. Non è un semplice collegamento verticale, ma un nastro architettonico che attraversa i livelli, accompagna l’ascesa e apre scorci sulla Darsena, sul porto e sulla città. Ogni landing diventa luogo intermedio, pausa, sguardo: un sistema di balconate e terrazze che trasforma la mobilità in narrazione. La stratificazione interna segue una logica ascensionale: il piano urbano dell’accoglienza, la sala eventi sospesa, il ristorante come lanterna trasparente e infine il rooftop panoramico, dove la città dialoga con il cielo.

Il progetto assume la sostenibilità come principio di struttura e non come ornamento tecnico. La carpenteria metallica riduce masse e fondazioni, consente prefabbricazione off-site e facilita il disassemblaggio a fine vita; l’edificio è concepito secondo criteri CAM, Design for Disassembly e Life Cycle Assessment, in un orizzonte NZEB che integra fotovoltaico, strategie bioclimatiche e sistemi intelligenti di gestione energetica. La scelta di sollevare il volume genera ventilazione naturale, limita i carichi termici e valorizza la luce come materiale primario del costruire.

MACS è un pezzo di città nuovo, un landmark riconoscibile ma non autoreferenziale. Dialoga con la sede dell’Autorità Portuale senza mimarla: la fronteggia, le lascia respiro, interpreta il suo ruolo pubblico in forma aperta e condivisa. Il porto non è più sfondo produttivo, ma scenario di cultura contemporanea; l’acqua non è barriera, ma spina dorsale di un paesaggio in trasformazione. L’edificio non indica soltanto cosa succede dentro, ma ciò che può accadere intorno: un invito a vivere la Darsena come luogo di comunità, scambio e visione collettiva.

Committente:

Autorità Portuale del Mare Adriatico centro-settentrionale

Anno:

2025

Tipologia:

edificio multifunzionale per eventi

Luogo:

Incarico:

concorso

Design Team:

arch. Pier Nicola Currà, arch. Riccardo Minghini (responsabile progetto), arch. Alberto Pedrelli, arch. Vincenzo Vodola

Partners:

Strutture: Ceas srl; Impianti elettrici/termici: Rethink Energy; Antincendio: In Fire srl, Geologo: Paride Antolini

Immagini:

PCA

Categorie:

Campus Cineca

2026-02-23T12:22:08+01:00

In un territorio segnato da infrastrutture, parcheggi e spazi di risulta, il nuovo Edificio Servizi del Campus Cineca rilegge l’idea stessa di campus come ecosistema urbano. L’intervento nasce dalla rigenerazione dell’area di Via Magnanelli a Casalecchio di Reno, dove la dismissione dell’ex sede dei Vigili del Fuoco diventa occasione per costruire una nuova centralità pubblica. In questo contesto frammentato, il progetto lavora per ricucire, più che per aggiungere: un gesto che mette in relazione architetture, percorsi e paesaggi, definendo un luogo riconoscibile, aperto e condiviso.

Il campus, oggi articolato in corpi edilizi distanti e funzioni poco integrate, trova un principio di unitarietà nel paesaggio. Boschetti esistenti, aree verdi e spazi non edificabili diventano infrastrutture lente, continui verdi che si dilatano lungo l’asse di via Magnanelli e raggiungono gli edifici come una trama porosa. Non un fondale verde, ma un sistema connettivo che guida gli accessi, attenua il rumore urbano e accoglie la vita quotidiana del campus.

Su questo sfondo, il nuovo edificio prende forma come un volume sospeso e permeabile. Una sequenza di lamelle verticali in membrana polimerica avvolge l’involucro trasparente: una pelle leggera e mutevole che filtra la luce, modula l’irraggiamento e restituisce all’edificio un’apparenza quasi atmosferica. Di giorno una lanterna opalescente; al tramonto un corpo che vibra, dialogando con il traffico dell’A1 e con i flussi del campus. Dietro il velo bianco, la struttura metallica si mostra con sincerità costruttiva, tracciando un rapporto netto tra fragilità apparente e forza tecnica.

In un territorio segnato da infrastrutture, parcheggi e spazi di risulta, il nuovo Edificio Servizi del Campus Cineca rilegge l’idea stessa di campus come ecosistema urbano. L’intervento nasce dalla rigenerazione dell’area di Via Magnanelli a Casalecchio di Reno, dove la dismissione dell’ex sede dei Vigili del Fuoco diventa occasione per costruire una nuova centralità pubblica. In questo contesto frammentato, il progetto lavora per ricucire, più che per aggiungere: un gesto che mette in relazione architetture, percorsi e paesaggi, definendo un luogo riconoscibile, aperto e condiviso.

Il campus, oggi articolato in corpi edilizi distanti e funzioni poco integrate, trova un principio di unitarietà nel paesaggio. Boschetti esistenti, aree verdi e spazi non edificabili diventano infrastrutture lente, continui verdi che si dilatano lungo l’asse di via Magnanelli e raggiungono gli edifici come una trama porosa. Non un fondale verde, ma un sistema connettivo che guida gli accessi, attenua il rumore urbano e accoglie la vita quotidiana del campus.

Su questo sfondo, il nuovo edificio prende forma come un volume sospeso e permeabile. Una sequenza di lamelle verticali in membrana polimerica avvolge l’involucro trasparente: una pelle leggera e mutevole che filtra la luce, modula l’irraggiamento e restituisce all’edificio un’apparenza quasi atmosferica. Di giorno una lanterna opalescente; al tramonto un corpo che vibra, dialogando con il traffico dell’A1 e con i flussi del campus. Dietro il velo bianco, la struttura metallica si mostra con sincerità costruttiva, tracciando un rapporto netto tra fragilità apparente e forza tecnica.

Committente:

Cineca

Anno:

2024

Tipologia:

Campus Universitario

Luogo:

Incarico:

Concorso

Design Team:

arch. Pier Nicola Currà, arch. Riccardo Minghini (responsabile progetto), arch: Edoardo Bernardi arch: Anita Bucci, arch. Eleonora Fantini, arch. Francesca Battani, arch. Luca Daltri, arch. Vincenzo Vodola

Partners:

Strutture: Ceas srl; Impianti elettrici/termici: Coprat srl; Antincendio: In Fire srl; Paesaggista: Parcnouveau; Esperto Sostenibilità: Valentina Porceddu; Quantity Surveying: B&B Progetti

Immagini:

GDA render

Categorie:

Committente:

Cineca

Anno:

2024

Tipologia:

Campus Universitario

Luogo:

Incarico:

Concorso

Design Team:

arch. Pier Nicola Currà, arch. Riccardo Minghini (responsabile progetto), arch: Edoardo Bernardi arch: Anita Bucci, arch. Eleonora Fantini, arch. Francesca Battani, arch. Luca Daltri, arch. Vincenzo Vodola

Partners:

Strutture: Ceas srl; Impianti elettrici/termici: Coprat srl; Antincendio: In Fire srl; Paesaggista: Parcnouveau; Esperto Sostenibilità: Valentina Porceddu; Quantity Surveying: B&B Progetti

Immagini:

GDA render

Categorie:

Il progetto non si limita all’architettura: il collegamento aereo, pensato come passeggiata sospesa, diventa un gesto urbano. Non è un ponte funzionale, ma un luogo in cui trattenersi, incontrarsi, osservare il paesaggio. Una soglia che rende fisico il senso di comunità e riduce la distanza tra le sedi, trasformando lo spostamento in esperienza.

Gli interni seguono un principio di gradazione funzionale. Il piano terra accoglie il corpo vivo del campus: spazi di ristoro, fitness, dehors, una ludoteca per le famiglie, corti verdi che portano la natura nel cuore dell’edificio. Il primo livello si apre al lavoro condiviso: sale riunioni riconfigurabili, postazioni fluide, ambienti capaci di cambiare forma insieme ai team che li abitano. I piani alti sono il luogo pubblico per eccellenza: auditorium da oltre cinquecento posti e galleria espositiva, pensati come scenografie aperte all’istituzione, all’impresa, al territorio.

L’architettura è generata da logiche computazionali: la facciata parametrica non è un ornamento ma un dispositivo bioclimatico. Le lamelle e la pelle tecnica modulano la radiazione solare, dimezzano i carichi energetici, permettono alla luce diffusa di penetrare negli ambienti. Il progetto diventa così un organismo adattivo, capace di rispondere al clima, alla stagionalità e all’uso.

L’Edificio Servizi non è solo un ampliamento funzionale: è un manifesto di identità. Un punto di riferimento urbano che racconta la vocazione di Cineca (ricerca, innovazione, cooperazione) attraverso la forma e il paesaggio. Un luogo che mette al centro le persone, la loro salute, la capacità di incontrarsi e la possibilità di generare conoscenza sotto un’unica, luminosa pelle.

Il progetto non si limita all’architettura: il collegamento aereo, pensato come passeggiata sospesa, diventa un gesto urbano. Non è un ponte funzionale, ma un luogo in cui trattenersi, incontrarsi, osservare il paesaggio. Una soglia che rende fisico il senso di comunità e riduce la distanza tra le sedi, trasformando lo spostamento in esperienza.

Gli interni seguono un principio di gradazione funzionale. Il piano terra accoglie il corpo vivo del campus: spazi di ristoro, fitness, dehors, una ludoteca per le famiglie, corti verdi che portano la natura nel cuore dell’edificio. Il primo livello si apre al lavoro condiviso: sale riunioni riconfigurabili, postazioni fluide, ambienti capaci di cambiare forma insieme ai team che li abitano. I piani alti sono il luogo pubblico per eccellenza: auditorium da oltre cinquecento posti e galleria espositiva, pensati come scenografie aperte all’istituzione, all’impresa, al territorio.

L’architettura è generata da logiche computazionali: la facciata parametrica non è un ornamento ma un dispositivo bioclimatico. Le lamelle e la pelle tecnica modulano la radiazione solare, dimezzano i carichi energetici, permettono alla luce diffusa di penetrare negli ambienti. Il progetto diventa così un organismo adattivo, capace di rispondere al clima, alla stagionalità e all’uso.

L’Edificio Servizi non è solo un ampliamento funzionale: è un manifesto di identità. Un punto di riferimento urbano che racconta la vocazione di Cineca (ricerca, innovazione, cooperazione) attraverso la forma e il paesaggio. Un luogo che mette al centro le persone, la loro salute, la capacità di incontrarsi e la possibilità di generare conoscenza sotto un’unica, luminosa pelle.

Area funzionale

Sentiero di connessione

Organizzazione funzionale

Cintura verde

Continuità passato/presente

Nuovo campus cineca

Mura Castellane di Bertinoro

2026-09-11T12:18:12+02:00

Tra innovazione digitale, memoria e paesaggio

Adagiata sulle prime alture dell’Appennino romagnolo, Bertinoro conserva una forte riconoscibilità urbana, in cui il sistema delle mura castellane continua a segnare il rapporto tra il centro storico e il paesaggio collinare. È lungo questo margine, soglia fisica e simbolica tra città e natura, che si inserisce il progetto di rifunzionalizzazione e messa in sicurezza firmato da Pier Currà Architettura.

Commissionato dal Comune di Bertinoro e sviluppato nel 2025, l’intervento nasce dalla consapevolezza che le mura non siano solo un manufatto storico da preservare, ma una vera e propria infrastruttura culturale, capace di generare nuova qualità urbana e nuove relazioni tra tessuto costruito, paesaggio e comunità. Il progetto lavora in modo integrato sulla conservazione della materia, sulla sicurezza strutturale, sulla riduzione del rischio idrogeologico e sulla rifunzionalizzazione degli spazi, restituendo alle mura un ruolo attivo nel presente.

L’intervento si fonda sui principi del restauro scientifico: rispetto delle stratificazioni storiche, riconoscibilità delle integrazioni contemporanee, reversibilità delle opere e minimo impatto sulla materia originaria. Le murature vengono consolidate attraverso operazioni mirate di scuci-cuci, ristilature armate, cordoli sommitali in acciaio inox, sistemi antiribaltamento e ricostruzioni localizzate, restituendo stabilità senza alterarne la logica costruttiva.

Accanto alla conservazione, il progetto restituisce le mura alla fruizione pubblica: gradonate, terrazzamenti, un nuovo belvedere a sbalzo e il ridisegno delle scalinate trasformano il sistema murario in un dispositivo di attraversamento, sosta e osservazione, in dialogo diretto con il paesaggio.

Un ruolo centrale è affidato anche alla metodologia digitale. Attraverso rilievi laser 3D e un modello BIM informativo, ogni parte delle mura è monitorata, documentata e programmata nel tempo. Il degrado viene mappato direttamente in ambiente digitale, supportando strategie di manutenzione continua.

Sviluppato attraverso un approccio interdisciplinare, il progetto restituisce le mura non come un monumento cristallizzato, ma come uno spazio vivo, capace di generare nuove forme di relazione tra storia, paesaggio e comunità. Il restauro diventa così un’azione culturale oltre che tecnica, proiettata nel futuro della città.

Tra innovazione digitale, memoria e paesaggio

Adagiata sulle prime alture dell’Appennino romagnolo, Bertinoro conserva una forte riconoscibilità urbana, in cui il sistema delle mura castellane continua a segnare il rapporto tra il centro storico e il paesaggio collinare. È lungo questo margine, soglia fisica e simbolica tra città e natura, che si inserisce il progetto di rifunzionalizzazione e messa in sicurezza firmato da Pier Currà Architettura.

Commissionato dal Comune di Bertinoro e sviluppato nel 2025, l’intervento nasce dalla consapevolezza che le mura non siano solo un manufatto storico da preservare, ma una vera e propria infrastruttura culturale, capace di generare nuova qualità urbana e nuove relazioni tra tessuto costruito, paesaggio e comunità. Il progetto lavora in modo integrato sulla conservazione della materia, sulla sicurezza strutturale, sulla riduzione del rischio idrogeologico e sulla rifunzionalizzazione degli spazi, restituendo alle mura un ruolo attivo nel presente.

L’intervento si fonda sui principi del restauro scientifico: rispetto delle stratificazioni storiche, riconoscibilità delle integrazioni contemporanee, reversibilità delle opere e minimo impatto sulla materia originaria. Le murature vengono consolidate attraverso operazioni mirate di scuci-cuci, ristilature armate, cordoli sommitali in acciaio inox, sistemi antiribaltamento e ricostruzioni localizzate, restituendo stabilità senza alterarne la logica costruttiva.

Accanto alla conservazione, il progetto restituisce le mura alla fruizione pubblica: gradonate, terrazzamenti, un nuovo belvedere a sbalzo e il ridisegno delle scalinate trasformano il sistema murario in un dispositivo di attraversamento, sosta e osservazione, in dialogo diretto con il paesaggio.

Un ruolo centrale è affidato anche alla metodologia digitale. Attraverso rilievi laser 3D e un modello BIM informativo, ogni parte delle mura è monitorata, documentata e programmata nel tempo. Il degrado viene mappato direttamente in ambiente digitale, supportando strategie di manutenzione continua.

Sviluppato attraverso un approccio interdisciplinare, il progetto restituisce le mura non come un monumento cristallizzato, ma come uno spazio vivo, capace di generare nuove forme di relazione tra storia, paesaggio e comunità. Il restauro diventa così un’azione culturale oltre che tecnica, proiettata nel futuro della città.

Committente:

Comune di Bertinoro

Anno:

2025

Incarico:

Progettazione di fattibilità tecnico economica ed esecutiva

Importo lavori:

2.220.500 €

Design Team:

arch. Pier Nicola Currà, arch. Riccardo Minghini (responsabile progetto), arch. Alice Ravizza, arch. Edoardo Bernardi, arch. Nicolas Piazza, arch. Eleonora Fantini

Partners:

strutture: Marco Peroni Ingegneria; geologia: dott. geol. Aride Bucci; archeologia: soc. Interras; consulente restauro: arch. Giulia Mancini; consulenti rilievo digitale e resituzione: arch. Gianna Bertacchi, arch. Massimo Ballabeni, arch. Valentina Baroncini

Immagini:

PCA

Categorie:

IMPACTS

L’Analisi del Ciclo di Vita (LCA) indaga l’architettura nella sua intera estensione temporale. Attraverso il GWP viene misurato il peso climatico dell’opera, mentre l’Embodied Carbon ne quantifica l’impatto invisibile: le emissioni latenti radicate nel ciclo vitale della materia, dalla sua genesi al disfacimento. Questi parametri segnano un’evoluzione cruciale nel pensiero progettuale. L’attenzione si sposta dal semplice funzionamento dell’edificio abitato all’atto stesso del costruire, imponendo una nuova etica della materia che riconosce come l’impronta più profonda dell’architettura si compia ben prima che lo spazio venga vissuto.

GWP¹:
551,8 tCO₂e
Embodied Carbon²:
198 kgCO₂e/m²

¹ Analisi del ciclo di vita in conformità con lo standard EN 15804 +A2
² Calcolata per un periodo di 60 anni per i soli materiali da costruzione (Exluded MEP) from cradle to grave (A1-A4, B4-B5, C1-C4)

A1 – A3 (materiali):
77%
A4 (trasporti):
3%
B4 – B5 (sostituzione):
18%
C2 (trasporto rifiuti):
2%

Distretto Solidale

2026-09-11T12:29:01+02:00

L’architettura può essere molto più che costruzione: può diventare strumento di cura, inclusione e dignità. Con il Distretto Solidale di Cesena, lo studio Pier Currà Architettura ha creato uno spazio che si trasforma in presidio civico, capace di accogliere e generare relazioni, restituendo valore alla comunità.

Il progetto nasce dall’esigenza concreta di dare risposta alle famiglie in difficoltà attraverso la raccolta, lo stoccaggio e la distribuzione gratuita di beni alimentari. Grazie a un processo partecipativo che ha coinvolto associazioni del territorio e al sostegno dei fondi PNRR, il Distretto ha assunto da subito una dimensione più ampia: non solo un “market solidale”, ma un luogo di incontro, ascolto e formazione, dove l’assistenza si intreccia con l’empowerment e la socialità.

Dal punto di vista architettonico, l’intervento si articola in due volumi. Il primo, ricavato dalla rifunzionalizzazione di un edificio esistente, accoglie al piano terra il Market e al piano superiore gli spazi per attività sociali e formative. Il secondo è un nuovo magazzino di circa 300 metri quadrati, pensato come cuore operativo per la gestione delle merci. I due corpi dialogano attraverso flussi interni fluidi ed efficienti, che rappresentano simbolicamente il gesto del donare e del restituire in un ciclo continuo tra città e cittadini.

Il lotto, immerso in un parco urbano, ha guidato un approccio progettuale rispettoso e misurato. La scelta di rivestire il nuovo volume con lamiera metallica ondulata riflettente permette all’edificio di fondersi con l’intorno naturale, amplificando i colori e le luci del verde circostante. La superficie diventa un dispositivo poetico che muta con le stagioni e con il passaggio della luce, restituendo al progetto una dimensione mutevole e in costante dialogo con il paesaggio.

All’interno, gli spazi sono concepiti per unire funzionalità e accoglienza. Al piano terra trovano posto i servizi legati alla distribuzione, il market e un’area polivalente, mentre al livello superiore si sviluppano sale dedicate a formazione, orientamento e attività sociali. Questa duplice natura rende il Distretto un luogo ibrido: sostegno materiale e al tempo stesso occasione di crescita e cittadinanza attiva.

Inserito nel quadro delle politiche di inclusione e coesione del PNRR e del Comune di Cesena, il Distretto Solidale è un esempio di come un investimento pubblico possa tradursi in un progetto architettonico di qualità, capace di rafforzare il tessuto sociale e restituire spazi di dignità. Qui il design non risponde soltanto a esigenze pratiche: costruisce un immaginario nuovo, offrendo alla comunità un punto di riferimento e un presidio di cura.

In un tempo in cui molte persone vivono situazioni di marginalità, il Distretto dimostra che la qualità architettonica può diventare leva di connessione e di futuro. È un’opera che unisce misura estetica, innovazione materica, sensibilità urbana e valore umano. Un esempio concreto di come spazi, superfici e natura possano fondersi per restituire alla città non solo un edificio, ma un vero luogo di comunità.

L’architettura può essere molto più che costruzione: può diventare strumento di cura, inclusione e dignità. Con il Distretto Solidale di Cesena, lo studio Pier Currà Architettura ha creato uno spazio che si trasforma in presidio civico, capace di accogliere e generare relazioni, restituendo valore alla comunità.

Il progetto nasce dall’esigenza concreta di dare risposta alle famiglie in difficoltà attraverso la raccolta, lo stoccaggio e la distribuzione gratuita di beni alimentari. Grazie a un processo partecipativo che ha coinvolto associazioni del territorio e al sostegno dei fondi PNRR, il Distretto ha assunto da subito una dimensione più ampia: non solo un “market solidale”, ma un luogo di incontro, ascolto e formazione, dove l’assistenza si intreccia con l’empowerment e la socialità.

Dal punto di vista architettonico, l’intervento si articola in due volumi. Il primo, ricavato dalla rifunzionalizzazione di un edificio esistente, accoglie al piano terra il Market e al piano superiore gli spazi per attività sociali e formative. Il secondo è un nuovo magazzino di circa 300 metri quadrati, pensato come cuore operativo per la gestione delle merci. I due corpi dialogano attraverso flussi interni fluidi ed efficienti, che rappresentano simbolicamente il gesto del donare e del restituire in un ciclo continuo tra città e cittadini.

Il lotto, immerso in un parco urbano, ha guidato un approccio progettuale rispettoso e misurato. La scelta di rivestire il nuovo volume con lamiera metallica ondulata riflettente permette all’edificio di fondersi con l’intorno naturale, amplificando i colori e le luci del verde circostante. La superficie diventa un dispositivo poetico che muta con le stagioni e con il passaggio della luce, restituendo al progetto una dimensione mutevole e in costante dialogo con il paesaggio.

All’interno, gli spazi sono concepiti per unire funzionalità e accoglienza. Al piano terra trovano posto i servizi legati alla distribuzione, il market e un’area polivalente, mentre al livello superiore si sviluppano sale dedicate a formazione, orientamento e attività sociali. Questa duplice natura rende il Distretto un luogo ibrido: sostegno materiale e al tempo stesso occasione di crescita e cittadinanza attiva.

Inserito nel quadro delle politiche di inclusione e coesione del PNRR e del Comune di Cesena, il Distretto Solidale è un esempio di come un investimento pubblico possa tradursi in un progetto architettonico di qualità, capace di rafforzare il tessuto sociale e restituire spazi di dignità. Qui il design non risponde soltanto a esigenze pratiche: costruisce un immaginario nuovo, offrendo alla comunità un punto di riferimento e un presidio di cura.

In un tempo in cui molte persone vivono situazioni di marginalità, il Distretto dimostra che la qualità architettonica può diventare leva di connessione e di futuro. È un’opera che unisce misura estetica, innovazione materica, sensibilità urbana e valore umano. Un esempio concreto di come spazi, superfici e natura possano fondersi per restituire alla città non solo un edificio, ma un vero luogo di comunità.

PCA_DistrettoSolidale

Committente:

Comune di Cesena

Anno:

2025

Tipologia:

Edificio Sociale

Incarico:

ristrutturazione, nuova costruzione

Importo lavori:

1.000.000 €

Design Team:

arch. Pier Nicola Currà, arch. Riccardo Minghini (Responsabile Progetto), arch. Nicolas Piazza (Responsabile Progetto), arch. Alice Ravizza, arch. Sofia Montalti, arch. Luca Daltri, arch. Matteo Giulianelli, arch. Martina Pedrelli

Partners:

impianti: Cube srl; strutture: ing. Sandro Cedri; antincendio: FSE progetti srl

Immagini:

foto: © arch. Nicolas Piazza

Categorie:

IMPACTS

L’Analisi del Ciclo di Vita (LCA) indaga l’architettura nella sua intera estensione temporale. Attraverso il GWP viene misurato il peso climatico dell’opera, mentre l’Embodied Carbon ne quantifica l’impatto invisibile: le emissioni latenti radicate nel ciclo vitale della materia, dalla sua genesi al disfacimento. Questi parametri segnano un’evoluzione cruciale nel pensiero progettuale. L’attenzione si sposta dal semplice funzionamento dell’edificio abitato all’atto stesso del costruire, imponendo una nuova etica della materia che riconosce come l’impronta più profonda dell’architettura si compia ben prima che lo spazio venga vissuto.

GWP¹:
557,3 tCO₂e
Embodied Carbon²:
410 kgCO₂e/m²

¹ Analisi del ciclo di vita in conformità con lo standard EN 15804 +A2
² Calcolata per un periodo di 60 anni per i soli materiali da costruzione (Exluded MEP) from cradle to grave (A1-A4, B4-B5, C1-C4)

A1 – A3 (materiali):
81%
A4 (trasporti):
3%
B4 – B5 (sostituzione):
13%
C2 (trasporto rifiuti):
2%
PCA_DistrettoSolidale
PCA_DistrettoSolidale

60’s Style House

2026-07-16T09:14:44+02:00

Nel cuore di Forlì, Pier Currà Architettura ha curato la ristrutturazione di un appartamento degli anni Sessanta trasformandolo in un progetto di interni che unisce recupero, custom design e sperimentazione cromatica. L’intervento non ha cancellato l’anima originaria della casa, ma l’ha reinterpretata con un approccio capace di valorizzare i segni del passato e integrarli con soluzioni contemporanee.

Il soggiorno a doppia altezza è il fulcro compositivo: la grande vetrata originale amplifica la luce naturale e dialoga con la nuova scala arancio, trasformata in una libreria architettonica che diventa elemento scenografico e funzionale. La bussola di ingresso è ripensata come filtro contenitivo verso lo spazio living, mentre il soffitto in listelli di legno esotico è stato restaurato e riportato a nuova vita. L’uso di corpi illuminanti iconici – come Parentesi di Flos e le lampade Artemide – sottolinea la continuità con l’estetica del modernismo italiano e crea un sistema luminoso che esalta le volumetrie.

La cucina, interamente disegnata su misura, si caratterizza per il blu intenso delle superfici, il top in acciaio e la pavimentazione optical che richiama gli anni Settanta. Una parete in vetromattone introduce giochi di luce e trasparenze, rafforzando il legame con il linguaggio geometrico del progetto. L’illuminazione alterna pezzi storici e reinterpretazioni contemporanee, mantenendo coerenza con l’impianto pop dell’abitazione.

L’approccio progettuale prosegue con scelte mirate in ogni ambiente: i bagni si distinguono per l’uso di cementine, cromie pastello e rubinetterie rosse, la camera matrimoniale integra un armadio bordeaux su misura e una boiserie bianca che scandisce le proporzioni, mentre il piano superiore ospita uno studio affacciato sul living e un ballatoio-fioriera che diventa elemento distributivo e verde.

Il progetto risponde all’esigenza di una giovane coppia di creativi, traducendo le loro aspirazioni in spazi identitari e funzionali. L’uso calibrato di materiali, colori e arredi custom costruisce un filo narrativo che attraversa l’intero appartamento, mettendo in relazione memoria, design e qualità dell’abitare. L’intervento dimostra come, anche nella piccola scala residenziale, il lavoro di progetto richieda un’attenta costruzione della forma e dell’identità dello spazio, affinché esso possa generare benessere e raccontare la personalità di chi lo vive.

Nel cuore di Forlì, Pier Currà Architettura ha curato la ristrutturazione di un appartamento degli anni Sessanta trasformandolo in un progetto di interni che unisce recupero, custom design e sperimentazione cromatica. L’intervento non ha cancellato l’anima originaria della casa, ma l’ha reinterpretata con un approccio capace di valorizzare i segni del passato e integrarli con soluzioni contemporanee.

Il soggiorno a doppia altezza è il fulcro compositivo: la grande vetrata originale amplifica la luce naturale e dialoga con la nuova scala arancio, trasformata in una libreria architettonica che diventa elemento scenografico e funzionale. La bussola di ingresso è ripensata come filtro contenitivo verso lo spazio living, mentre il soffitto in listelli di legno esotico è stato restaurato e riportato a nuova vita. L’uso di corpi illuminanti iconici – come Parentesi di Flos e le lampade Artemide – sottolinea la continuità con l’estetica del modernismo italiano e crea un sistema luminoso che esalta le volumetrie.

La cucina, interamente disegnata su misura, si caratterizza per il blu intenso delle superfici, il top in acciaio e la pavimentazione optical che richiama gli anni Settanta. Una parete in vetromattone introduce giochi di luce e trasparenze, rafforzando il legame con il linguaggio geometrico del progetto. L’illuminazione alterna pezzi storici e reinterpretazioni contemporanee, mantenendo coerenza con l’impianto pop dell’abitazione.

L’approccio progettuale prosegue con scelte mirate in ogni ambiente: i bagni si distinguono per l’uso di cementine, cromie pastello e rubinetterie rosse, la camera matrimoniale integra un armadio bordeaux su misura e una boiserie bianca che scandisce le proporzioni, mentre il piano superiore ospita uno studio affacciato sul living e un ballatoio-fioriera che diventa elemento distributivo e verde.

Il progetto risponde all’esigenza di una giovane coppia di creativi, traducendo le loro aspirazioni in spazi identitari e funzionali. L’uso calibrato di materiali, colori e arredi custom costruisce un filo narrativo che attraversa l’intero appartamento, mettendo in relazione memoria, design e qualità dell’abitare. L’intervento dimostra come, anche nella piccola scala residenziale, il lavoro di progetto richieda un’attenta costruzione della forma e dell’identità dello spazio, affinché esso possa generare benessere e raccontare la personalità di chi lo vive.

Committente:

Privato

Anno:

2025

Tipologia:

Residenziale

Luogo:

Design Team:

arch. Pier Nicola Currà, arch. Nicolas Piazza (responsabile progetto), arch. Anita Bucci.

Immagini:

Photo: arch. Nicolas Piazza

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